Non mi ritengo una persona con un vissuto particolare, nel senso di tragico. Sono sempre stata in salute, ho amici che mi vogliono bene, un lavoro stabile. I miei si sono separati e di relazioni sbagliate ne ho avute, ma è un po’ quello che vivono molte persone.
La classica frase che ti dicono tutti è: «Fintanto che hai una famiglia, gli amici, il lavoro, la salute, cos’altro ti manca?».
«Niente», rispondevo, perché effettivamente non mi mancava niente. Non mi hanno mai fatto mancare niente.
Ma io, cosa mi sono fatta mancare?
Mi sono fatta mancare il rispetto per me stessa tante volte, la felicità di vivere le piccole cose, delle opportunità, la possibilità di stare bene. Mi sono fatta mancare io.
Ero la regista, protagonista, antagonista e comparsa della mia stessa vita, eppure mi sono fatta mancare me stessa. E quando manchi a te stessa da un po’, non sai più chi sei.
In terapia, mano a mano, sono riuscita a lasciare andare situazioni e persone che, in quel momento della mia vita, credevo sarebbero rimaste, perché non avevo la forza di lasciarle andare. Tiravo questa corda invisibile, con i denti, con le mani, pur di non mollare. Perché il dolore di trattenere non era così grande come quello di mollare. E allora trattenevo.
Delle volte allentavo la presa, creando uno stato di stallo, senza mai però mollare davvero.
Ho preso coscienza di tutto questo e, con la consapevolezza, ho imparato ad allentare la corda, lasciando andare prima millimetri, poi centimetri e infine metri. Finché, a distanza di due anni, mi ritrovo con solo un ultimo pezzo di corda.
L’ultimo pezzo di corda era ciò che ancora mi legava alla me del passato, quella che non stava bene e che, nonostante tutto, faticavo ancora a lasciare andare. Era l’ultimo legame con ciò che ero stata, l’ultima cosa che ancora mi teneva ancorata a una versione di me che non mi apparteneva più.
Ma, per non continuare a mancare a me stessa, l’ho lasciato andare.
Non è stato per niente facile, perché oggi posso dire di aver chiuso con tutto quello che mi ha fatto stare male in passato. Perché è passato.
Non sono più quella che lottava anche quando non c’era da lottare. Non sono più quella ragazza, ma piango per lei.
Piango perché ha trovato la forza di allontanarsi da situazioni e persone che non hanno più potere su di lei.
Piango perché ha cercato più volte di cambiare la narrazione, forse sapendo, in fondo, che non poteva continuare a riscriverla all’infinito.
Oggi ho le mani vuote. Per la prima volta, non stringono niente.
Piango perché ora sono libera.