Questa è la parte in cui dovrei dire chi sono. E già qui mi viene da ridere.
Sono quella che, prima di dire una cosa seria, la cazzata la deve sparare, perché sia mai che io sia troppo composta. Sono quella che annusa i cibi prima di mangiarli, che ha una vista che neanche un kondor e che, se potesse mangiare un solo cibo per tutta la vita, sceglierebbe la pizza senza pensarci due volte.
È anche quella che, quando parla con persone che non conosce, cambia tono di voce e si trasforma in una cricetina. Non lo faccio apposta: è una metamorfosi automatica.
Sono quella persona a cui non far prenotare le cose, perché sicuramente si confonderà con i giorni, le date, le lingue: al posto di prendere per Sunday prenderà per Saturday (Google Translate levati). Nel riconoscere la sinistra dalla destra, invece, sono ancora sul pezzo.
Sono quella che non sopporta i ritardatari, ma per adattarsi è diventata ritardataria anche lei (solo con chi so che posso permettermelo). Quando sono sotto stress mi gratto la testa, quando sono seduta parte il tic della gamba, e ho un sonno leggero che non va d’accordo con le mie amiche che russano. Un saluto alle mie amiche ❤
Questo blog non nasce per mia volontà (assurdo, vero?). Chi apre un blog se non vuole farlo? Io, evidentemente. Ma questa forse sarà una delle tante storie che vi racconterò.
Ho sempre scritto per sfogare, per ricordare, per curare. E soprattutto per me stessa. Sono partita dal mio diario del 2007 e ora eccomi qui.
A volte le emozioni mi arrivano da sole, altre volte me le tira fuori la musica. Non sempre, ma quando succede è come se una frase, una nota o una voce mi aprisse un cassetto dentro, e da lì nasce un racconto. Non scrivo come i miei cantanti preferiti (magari), ma certe loro parole mi fanno sentire cose che poi provo a tradurre a modo mio. Ed è proprio da quei cassetti che nascono i miei racconti: alcuni leggeri, altri più profondi, altri ancora ispirati da una frase di una canzone che mi ha colpita nel momento giusto.
Perché Mosca Bianca? È un nome che porto addosso, letteralmente. Fu la mia prima psicologa a chiamarmi così per farmi capire che ero una cosa rara. Non fuori posto. Non strana. Rara. Con aggiunta di un: “Non sei una semplice minestra, ma una bella pastasciutta!”
E io ci ho creduto. Poi ci sono giorni in cui me lo dimentico, eh. So di essere una mosca bianca, una cosa rara, ma a volte mi tratto come una minestra riscaldata. E allora scrivo, così magari me lo ricordo.