Raggio di sole

Ti saluto, ma non è un addio, perché non si dice addio a chi rincontrerai.” – Ensi

25 settembre 2014. Sono passati 12 anni.

Ricordo a frammenti quel giorno. Avevo appena scolato la pasta per il pranzo, mi ero appena seduta per cominciare a mangiare quando arrivò la chiamata. Panico. Vuoto. Neanche sto a dire che la fame mi passò in un attimo. Da lì ricordo solo che la prima persona che chiamai fu mia mamma, disperata. Non ricordo nemmeno cosa le dissi. Mi sentivo persa.


In un attimo mi ritrovai riunita a casa di una mia amica, con le altre. Da lì, nei giorni a venire, vuoto totale. Ricordo il giorno del funerale: la chiesa piena, la tua canzone, e conservo ancora la chat in cui mi avevi scritto nome e titolo, per segnarmela e non dimenticarla. Perché sì, da allora nel mio telefono conservo ancora le chat dal 2014, le foto, i video. Tutto, per paura di non perdermi più niente.


Perché paura, direte voi. Nei giorni antecedenti gli avevo scritto quello che sarebbe stato, a mia insaputa, il mio ultimo messaggio, e non saprò mai se sarebbe stata la sua ultima risposta, perché poco dopo, facendo un aggiornamento del telefono, persi tutti i dati. Sono sempre stata una maniaca del backup da allora, perché metà delle conversazioni WhatsApp, dopo aver sistemato il telefono, erano andate. Ai tempi provai con qualche app per il ripristino e qualcosa riuscii a recuperare, ma da quel momento mi sono ripromessa di salvare sempre tutto, perché i sensi di colpa mi hanno accompagnata per molto tempo.


In quell’ultimo messaggio domandavo scusa a Marco, o come lo chiamavano tutti, compresa me, Guido. Gli chiedevo scusa perché gli avevo fatto una promessa: la promessa di andarlo a trovare quando era in terapia intensiva, ma non avevo avuto il coraggio. Sempre per paura. Paura di vederlo stare così male. E lui me l’aveva detto di non preoccuparmi, che sarei dovuta vestirmi da cima a fondo, che l’avrei visto con tubi enormi infilati ovunque, e che sapeva che sarei scoppiata a piangere. Ma io glielo avevo promesso, e quella promessa non sono riuscita a mantenerla.


Mi sono crogiolata per anni nei sensi di colpa per averlo detto e non averlo fatto. Perché col senno di poi mi sono sentita stupida. Ero già andata in ospedale a trovarlo, gli scrivevo tutti i giorni per fargli compagnia, ma non era mai stato nelle condizioni in cui si trovava nell’ultimo periodo. Ovviamente, quando partiva questo senso di colpa, se ne agganciavano altri, come il fatto di non esserci stata abbastanza. Negli anni sono sempre stata molto brava ad autocolpevolizzarmi.


Da come scrivo sembrerebbe un’amicizia di una vita, invece no. Io Guido non lo conoscevo da tanto, neanche due anni, ma era entrato nella mia vita come un raggio di sole. Così lo chiamavo ogni mattina quando gli mandavo il buongiorno. Per me lo era perché, nonostante tutto quello che stava passando, aveva sempre la battuta pronta per farti ridere e cercava di tirarti su il morale. Se non mi prendeva per il culo, allora c’era veramente qualcosa che non andava.


Avrei tanto voluto conoscerlo prima, come vorrei tanto che fosse ancora qui, ma ho capito che il tempo è veramente relativo. È grazie a Guido che ho imparato a dire le cose non dette e soprattutto a non aver paura di dirle. Le mie amiche mi hanno sempre detto che ammirano in me questo, ma forse non sanno che è proprio grazie a lui.
Scrivere su di lui mi permette di mantenere vivo il ricordo, reso nel mio cuore e anche sulla pelle, indelebile.

Un viaggio dentro un viaggio

Faccio mille corse mi dico dai, penso manca poco e poi non arrivo mai” – Gemitaiz

Quando ho ricominciato terapia dopo anni, uno dei miei primi pensieri è stato: “Non vedo l’ora di finire.” Avevo fretta, avevo bisogno di stare bene subito. Ma, come Roma non fu costruita in un giorno (sì, mi piacciono i detti), ho capito presto che forse era meglio provare a godermi il viaggio.

Il problema è che io i viaggi non me li godo mai. Quando devo prendere un aereo mi viene male solo all’idea di preparare la valigia, di dover essere organizzata, puntuale, perfetta. Non sopporto i controlli perché ho sempre paura che mi fermino, stare seduta per ore mi irrita e la noia mi divora. Provo a tenermi occupata, ma niente funziona davvero, così alla fine mi impongo di dormire. Sopporto tutto questo solo per la meta. E poi, quando arrivo alla meta, c’è un altro viaggio dentro la meta. E quando finisce, devo pure tornare indietro.
Ecco, così è stato, ed è tutt’ora, il mio viaggio in terapia.

La prima fase è stata quella che mi ha spinto a cominciare: uno stare male che magari non lo dai a vedere, ma chi ti conosce bene lo sente. Un dolore che non era solo mentale, ma anche fisico. Bentornati attacchi di panico! Mi sentivo intrappolata in un buco nero e, anche se il nero è il mio non-colore preferito, in quel momento non era affatto gradito. Stavo così male che non mi rendevo nemmeno conto di quanto mi lamentassi, e allo stesso tempo non facevo nulla per cambiare.

Poi un giorno, mentre guidavo, si è accesa la famosa lampadina. Dal nulla ho deciso di mandare un messaggio e iniziare il percorso. Avevo procrastinato per mesi, raccontandomi scuse perfette: non ho tempo, non ho soldi, non sono ancora al limite, ce la faccio da sola, tanto so quali sono i problemi. Più me le raccontavo, più sembravano vere. Ma dentro di me lo sapevo: mi stavo letteralmente cagando addosso. Di cosa? Di affrontare tutto. La mia mente correva avanti, costruiva scenari inesistenti e costruendoli mi bloccava. Ero arrivata al punto di pensare: tanto sto già male, meglio star male per poi star bene che star male per star male.

L’inizio non è stato come me lo aspettavo, quasi tutto troppo facile. I primi incontri sono quelli conoscitivi, non sapevo ancora che di lì a pochi mesi avrei passato uno dei momenti più brutti della mia vita: il lutto di me stessa. Più avanti molto probabilmente approfondirò di più anche questo passaggio, non perché faccia fatica a parlarne, ma perché vorrei dedicargli più tempo.

Scrivo in questo momento a distanza di due mesi dalla mia ultima ricaduta, l’ennesima, dove pensavo di aver buttato tutto il lavoro fatto durante l’anno. Dopo aver preso uno schiaffo morale dalla mia terapeuta ho pensato veramente di interrompere il percorso, dopo essermi sentita dire parole che mi hanno fatto così male che in quel momento l’ho odiata. Forse, se non l’avesse mai fatto, io in questo momento non la starei ringraziando. Perché finalmente, dopo anni, alla domanda di circostanza “Come stai?”, riesco finalmente a rispondere “Bene”! Sentendomici veramente.

Così tanto che ho diminuito la scrittura. Per assurdo, è molto più difficile scrivere quando si sta bene, e io non sono mai stata abituata ad esserlo.

Non so dove mi porterà questo percorso, né quanto durerà. Ma oggi so che per la prima volta, non ho fretta di arrivare.

Si ricomincia

Una porta. Una stanza. Un interruttore.
Vi potreste chiedere: cosa hanno in comune?
Eh no, non è l’inizio di un indovinello. Se pensiamo in modo logico, la risposta potrebbe essere “casa”, “appartamento”.
E se invece pensassimo in maniera figurativa?
Non c’è una risposta giusta o sbagliata. Quando immagino insieme questi tre elementi, per me c’è solo un minimo comune denominatore.

Vi ricordate il detto “chiusa una porta si apre un portone”?
E se io non volessi chiudere la porta? Qualcuno la vuole chiudere al posto mio?
E se volessi tenerla socchiusa oppure spalancata?
E se la porta si rompesse e io rimanessi intrappolata?
E se questa stanza non avesse una porta, ma fosse circondata solamente da mura?
E io, come ci sono finita dentro?
Dov’è la luce?
L’interruttore c’è, funziona?
Buio.

Si ricomincia.

L’interruttore funzionava, ne sono sicura.
Come posso riparare a questo?
Non posso, non ho i mezzi.
O forse non ci credo abbastanza.
O forse mi sto solo raccontando scuse.
Che differenza fa, anche se fosse?
Non va.
E la porta? Come faccio a uscire?
Troppe cose.

Aspettiamo, qualcuno arriverà.

Si ricomincia.

Nessuno, eh? Nessuno.
Sono sola… o forse no?
L’interruttore scattò.
Una porta comparve.
Che sia da fidarsi?
Troppo strano.
Tutto troppo semplice.
Eppure la luce ritornò, insieme alla porta.
La stanza cominciò ad assumere un aspetto diverso.
Non era più la stessa.
Era un male, un bene?
Sembrava così nuova…
Non mi convince.

Si ricomincia.

La nuova stanza è bella, ma un po’ vuota.
Il colore della porta non è quello che vorrei, così come quello dei muri, al riflesso della luce.
C’è ancora qualcosa che non mi convince.
L’interruttore è automatico ora: non serve più che sia io a premerlo.
La luce va e viene, seguendo il mio ritmo.
Non vorrei abituarmici troppo.
O forse dovrei farlo.

Si ricomincia?

C’è perché non c’era

“Sei distante, riesco lo stesso a sentirti piangere.” Kid Yugi

Fu così che, una sera, mentre guardavo un film, iniziai a piangere anch’io. Non erano lacrime mie, né per il film. Non so nemmeno se fossero davvero le sue. Eppure, in quel momento, sentivo il suo dolore come fosse il mio. Non sapevo che tipo di dolore fosse, ma era comunque dolore.

Come si spiega a qualcuno la sensazione di essere legati a una presenza che non fa più parte della tua vita? Perché anche se non c’era, c’era. Cercavo di razionalizzare l’irrazionabile. Non era solo questione di pensare: era questione di sentire. Cercavo una spiegazione logica, psicologica, qualcosa che potesse darmi un nome a cui aggrapparmi, per sentirmi meno pazza.

Quella sera singhiozzai a lungo, stretta tra le braccia della mia migliore amica. Ora che quel legame si è chiuso del tutto, dentro di me è rimasto solo l’eco della delusione e dell’immagine che avevo creato.

Da bambina mi rifugiavo spesso nel mio mondo immaginario, evadendo la realtà. Mi nascondevo tra libri e serie fantasy: era più facile pensare di appartenere a quei mondi che chiedermi perché ne avessi bisogno. Quando qualcosa ti fa stare bene, la fai e basta, senza immaginare che un gesto così innocente possa trascinarsi dietro conseguenze nella vita reale. Ci sono molti modi per riempire un vuoto: questo era il mio. Il più potente, e forse il più invisibile.

Da qui nasce il mio racconto C’è perché non c’era.

C’era una volta, iniziano le fiabe. In questa fiaba c’è un mondo, fantastico nella mente di chi lo crea, ma non di chi vive la realtà. Solitamente dovrebbero avere un lieto fine, ma questa fiaba un lieto fine non ce l’ha. O forse sì, dipende dai punti di vista.

C’è perché non c’era una ragazza che, per proteggersi come poteva, creava castelli di sabbia. All’apparenza avevano mura solide, ma sarebbe bastata anche solo una mareggiata per consumarli, oppure per spazzarli via.

Costruiva, di giorno in giorno, la sua piccola fortezza. Qualche giorno era stanca di costruire; altri giorni, invece, era contenta del lavoro che stava facendo, perché ammirava le sue creazioni. Era convinta che fossero perfette, impenetrabili, indistruttibili. Altri giorni dubitava che le fondamenta potessero cedere, ma nel frattempo continuava.

Andò avanti per anni, senza mai stancarsi, quando un giorno tutto cambiò. Vide il cielo grigio, sentì il vento innalzarsi, ma non ci fece più di tanto caso: “prima o poi migliorerà”, diceva. Invece, più i giorni passavano, più le nubi circondavano lei stessa e i suoi castelli.

Solitamente, quando c’è una tempesta in arrivo, ci si ripara, ci si protegge. Ma lei no: testarda com’era, decise di rimanere allo scoperto.

Un fulmine la colpì. La colpì così forte che rimase a terra per un po’. Se lo aspettava, ma non per questo fece meno male.

Quando riuscì a rialzarsi, si rese conto che tutto il suo piccolo reame era stato spazzato via dalla tempesta. Le restò solo il silenzio di ciò che aveva custodito dentro, e che ora non c’era più.

E la cosa che le fece più male non fu vedere tutto il suo lavoro andato in fumo, ma il fatto che fosse convinta che sarebbe durato. Ma come sarebbe potuto durare, quando non si ha il controllo degli eventi esterni?

Doveva prevederlo. E anche se l’avesse previsto? Avrebbe potuto fare qualcosa?