Social Battery

Ci sono giorni in cui mi sveglio e sento che la mia batteria sociale è completamente scarica. È quella sensazione strana in cui vorrei fare qualcosa, ma allo stesso tempo non ho voglia di fare niente. È come se ci fossero due parti di me che tirano in direzioni opposte, e negli ultimi tempi finisco sempre per scegliere la seconda: il niente.

Per anni ho inseguito la FOMO ( Fear of missing out). Quella paura sottile, ma insistente, che se non fossi uscita mi sarei persa la serata più incredibile della mia vita. Che se non fossi stata presente, avrei perso un’occasione irripetibile, un momento che “capita una volta sola”. Così uscivo. Anche quando non ne avevo voglia, anche quando il mio corpo protestava e la mia mente chiedeva tregua. Uscivo per non sentirmi fuori dal mondo, per non sentirmi sbagliata, per non dover ammettere che forse avevo bisogno di stare sola. E ogni volta tornavo a casa più vuota di prima. Non perché la serata fosse stata brutta, ma perché io non c’ero davvero. Ero un ologramma: il mio corpo seduto a un tavolo, a ridere, a parlare, a fare finta di essere presente; la mia testa altrove, a vagare in un punto indefinito che non sapevo nemmeno nominare. Dicevo “io c’ero”, ma in realtà non c’ero affatto.

Quando invece restavo a casa, lo facevo come una forma di autopunizione. Passavo ore a pensare al passato, a colpevolizzarmi per cose che non erano mai successe, a immaginare scenari che non esistevano. Non riuscivo a concepire che stare a casa potesse essere un atto di cura, un modo per dedicarmi a me stessa. Lo vedevo come una rinuncia, come un fallimento, come un segno che non ero abbastanza “sociale”, abbastanza “attiva”.

È uno schema che ogni tanto ritorna. Lo vedo anche adesso: apro l’agenda e la trovo piena di impegni, appuntamenti, attività che ho accettato senza pensarci troppo. La metà non mi entusiasma nemmeno. E poi arriva il giorno, e mi sveglio, e sento quella sensazione che mi dice “oggi no”. E allora cambio idea. E resto a casa.

La differenza, però, è che oggi il mio stare a casa non è più una fuga né una punizione. È una scelta. Una scelta che faccio per me, non contro di me. Ho iniziato a guardare quei momenti con occhi diversi: non come tempo perso, ma come tempo guadagnato. Tempo per respirare, per ascoltarmi, per non forzarmi. Tempo per fare le cose che mi piacciono davvero, o anche solo per non fare niente senza sentirmi in colpa.

Sto imparando che non devo essere ovunque per essere presente. Che non devo dire “io c’ero” per sentirmi parte di qualcosa. Che a volte il modo migliore per esserci è restare dove sto bene, anche se quel posto è semplicemente casa mia.

Si ricomincia

Una porta. Una stanza. Un interruttore.
Vi potreste chiedere: cosa hanno in comune?
Eh no, non è l’inizio di un indovinello. Se pensiamo in modo logico, la risposta potrebbe essere “casa”, “appartamento”.
E se invece pensassimo in maniera figurativa?
Non c’è una risposta giusta o sbagliata. Quando immagino insieme questi tre elementi, per me c’è solo un minimo comune denominatore.

Vi ricordate il detto “chiusa una porta si apre un portone”?
E se io non volessi chiudere la porta? Qualcuno la vuole chiudere al posto mio?
E se volessi tenerla socchiusa oppure spalancata?
E se la porta si rompesse e io rimanessi intrappolata?
E se questa stanza non avesse una porta, ma fosse circondata solamente da mura?
E io, come ci sono finita dentro?
Dov’è la luce?
L’interruttore c’è, funziona?
Buio.

Si ricomincia.

L’interruttore funzionava, ne sono sicura.
Come posso riparare a questo?
Non posso, non ho i mezzi.
O forse non ci credo abbastanza.
O forse mi sto solo raccontando scuse.
Che differenza fa, anche se fosse?
Non va.
E la porta? Come faccio a uscire?
Troppe cose.

Aspettiamo, qualcuno arriverà.

Si ricomincia.

Nessuno, eh? Nessuno.
Sono sola… o forse no?
L’interruttore scattò.
Una porta comparve.
Che sia da fidarsi?
Troppo strano.
Tutto troppo semplice.
Eppure la luce ritornò, insieme alla porta.
La stanza cominciò ad assumere un aspetto diverso.
Non era più la stessa.
Era un male, un bene?
Sembrava così nuova…
Non mi convince.

Si ricomincia.

La nuova stanza è bella, ma un po’ vuota.
Il colore della porta non è quello che vorrei, così come quello dei muri, al riflesso della luce.
C’è ancora qualcosa che non mi convince.
L’interruttore è automatico ora: non serve più che sia io a premerlo.
La luce va e viene, seguendo il mio ritmo.
Non vorrei abituarmici troppo.
O forse dovrei farlo.

Si ricomincia?