Una porta. Una stanza. Un interruttore.
Vi potreste chiedere: cosa hanno in comune?
Eh no, non è l’inizio di un indovinello. Se pensiamo in modo logico, la risposta potrebbe essere “casa”, “appartamento”.
E se invece pensassimo in maniera figurativa?
Non c’è una risposta giusta o sbagliata. Quando immagino insieme questi tre elementi, per me c’è solo un minimo comune denominatore.
Vi ricordate il detto “chiusa una porta si apre un portone”?
E se io non volessi chiudere la porta? Qualcuno la vuole chiudere al posto mio?
E se volessi tenerla socchiusa oppure spalancata?
E se la porta si rompesse e io rimanessi intrappolata?
E se questa stanza non avesse una porta, ma fosse circondata solamente da mura?
E io, come ci sono finita dentro?
Dov’è la luce?
L’interruttore c’è, funziona?
Buio.
Si ricomincia.
L’interruttore funzionava, ne sono sicura.
Come posso riparare a questo?
Non posso, non ho i mezzi.
O forse non ci credo abbastanza.
O forse mi sto solo raccontando scuse.
Che differenza fa, anche se fosse?
Non va.
E la porta? Come faccio a uscire?
Troppe cose.
Aspettiamo, qualcuno arriverà.
Si ricomincia.
Nessuno, eh? Nessuno.
Sono sola… o forse no?
L’interruttore scattò.
Una porta comparve.
Che sia da fidarsi?
Troppo strano.
Tutto troppo semplice.
Eppure la luce ritornò, insieme alla porta.
La stanza cominciò ad assumere un aspetto diverso.
Non era più la stessa.
Era un male, un bene?
Sembrava così nuova…
Non mi convince.
Si ricomincia.
La nuova stanza è bella, ma un po’ vuota.
Il colore della porta non è quello che vorrei, così come quello dei muri, al riflesso della luce.
C’è ancora qualcosa che non mi convince.
L’interruttore è automatico ora: non serve più che sia io a premerlo.
La luce va e viene, seguendo il mio ritmo.
Non vorrei abituarmici troppo.
O forse dovrei farlo.
Si ricomincia?