C’è perché non c’era

“Sei distante, riesco lo stesso a sentirti piangere.”Kid Yugi

Fu così che, una sera, mentre guardavo un film, iniziai a piangere anch’io. Non erano lacrime mie, né per il film. Non so nemmeno se fossero davvero le sue. Eppure, in quel momento, sentivo il suo dolore come fosse il mio. Non sapevo che tipo di dolore fosse, ma era comunque dolore.

Come si spiega a qualcuno la sensazione di essere legati a una presenza che non fa più parte della tua vita? Perché anche se non c’era, c’era. Cercavo di razionalizzare l’irrazionabile. Non era solo questione di pensare: era questione di sentire. Cercavo una spiegazione logica, psicologica, qualcosa che potesse darmi un nome a cui aggrapparmi, per sentirmi meno pazza.

Quella sera singhiozzai a lungo, stretta tra le braccia della mia migliore amica. Ora che quel legame si è chiuso del tutto, dentro di me è rimasto solo l’eco della delusione e dell’immagine che avevo creato.

Da bambina mi rifugiavo spesso nel mio mondo immaginario, evadendo la realtà. Mi nascondevo tra libri e serie fantasy: era più facile pensare di appartenere a quei mondi che chiedermi perché ne avessi bisogno. Quando qualcosa ti fa stare bene, la fai e basta, senza immaginare che un gesto così innocente possa trascinarsi dietro conseguenze nella vita reale. Ci sono molti modi per riempire un vuoto: questo era il mio. Il più potente, e forse il più invisibile.

Da qui nasce il mio racconto C’è perché non c’era.

C’era una volta, iniziano le fiabe. In questa fiaba c’è un mondo, fantastico nella mente di chi lo crea, ma non di chi vive la realtà. Solitamente dovrebbero avere un lieto fine, ma questa fiaba un lieto fine non ce l’ha. O forse sì, dipende dai punti di vista.

C’è perché non c’era una ragazza che, per proteggersi come poteva, creava castelli di sabbia. All’apparenza avevano mura solide, ma sarebbe bastata anche solo una mareggiata per consumarli, oppure per spazzarli via.

Costruiva, di giorno in giorno, la sua piccola fortezza. Qualche giorno era stanca di costruire; altri giorni, invece, era contenta del lavoro che stava facendo, perché ammirava le sue creazioni. Era convinta che fossero perfette, impenetrabili, indistruttibili. Altri giorni dubitava che le fondamenta potessero cedere, ma nel frattempo continuava.

Andò avanti per anni, senza mai stancarsi, quando un giorno tutto cambiò. Vide il cielo grigio, sentì il vento innalzarsi, ma non ci fece più di tanto caso: “prima o poi migliorerà”, diceva. Invece, più i giorni passavano, più le nubi circondavano lei stessa e i suoi castelli.

Solitamente, quando c’è una tempesta in arrivo, ci si ripara, ci si protegge. Ma lei no: testarda com’era, decise di rimanere allo scoperto.

Un fulmine la colpì. La colpì così forte che rimase a terra per un po’. Se lo aspettava, ma non per questo fece meno male.

Quando riuscì a rialzarsi, si rese conto che tutto il suo piccolo reame era stato spazzato via dalla tempesta. Le restò solo il silenzio di ciò che aveva custodito dentro, e che ora non c’era più.

E la cosa che le fece più male non fu vedere tutto il suo lavoro andato in fumo, ma il fatto che fosse convinta che sarebbe durato. Ma come sarebbe potuto durare, quando non si ha il controllo degli eventi esterni?

Doveva prevederlo. E anche se l’avesse previsto? Avrebbe potuto fare qualcosa?