Un viaggio dentro un viaggio

“Faccio mille corse mi dico dai, penso manca poco e poi non arrivo mai” – Gemitaiz

Quando ho ricominciato terapia dopo anni, uno dei miei primi pensieri è stato: “Non vedo l’ora di finire.” Avevo fretta, avevo bisogno di stare bene subito. Ma, come Roma non fu costruita in un giorno (sì, mi piacciono i detti), ho capito presto che forse era meglio provare a godermi il viaggio.

Il problema è che io i viaggi non me li godo mai. Quando devo prendere un aereo mi viene male solo all’idea di preparare la valigia, di dover essere organizzata, puntuale, perfetta. Non sopporto i controlli perché ho sempre paura che mi fermino, stare seduta per ore mi irrita e la noia mi divora. Provo a tenermi occupata, ma niente funziona davvero, così alla fine mi impongo di dormire. Sopporto tutto questo solo per la meta. E poi, quando arrivo alla meta, c’è un altro viaggio dentro la meta. E quando finisce, devo pure tornare indietro.
Ecco, così è stato, ed è tutt’ora, il mio viaggio in terapia.

La prima fase è stata quella che mi ha spinto a cominciare: uno stare male che magari non lo dai a vedere, ma chi ti conosce bene lo sente. Un dolore che non era solo mentale, ma anche fisico. Bentornati attacchi di panico! Mi sentivo intrappolata in un buco nero e, anche se il nero è il mio non-colore preferito, in quel momento non era affatto gradito. Stavo così male che non mi rendevo nemmeno conto di quanto mi lamentassi, e allo stesso tempo non facevo nulla per cambiare.

Poi un giorno, mentre guidavo, si è accesa la famosa lampadina. Dal nulla ho deciso di mandare un messaggio e iniziare il percorso. Avevo procrastinato per mesi, raccontandomi scuse perfette: non ho tempo, non ho soldi, non sono ancora al limite, ce la faccio da sola, tanto so quali sono i problemi. Più me le raccontavo, più sembravano vere. Ma dentro di me lo sapevo: mi stavo letteralmente cagando addosso. Di cosa? Di affrontare tutto. La mia mente correva avanti, costruiva scenari inesistenti e costruendoli mi bloccava. Ero arrivata al punto di pensare: tanto sto già male, meglio star male per poi star bene che star male per star male.

L’inizio non è stato come me lo aspettavo, quasi tutto troppo facile. I primi incontri sono quelli conoscitivi, non sapevo ancora che di lì a pochi mesi avrei passato uno dei momenti più brutti della mia vita: il lutto di me stessa. Più avanti molto probabilmente approfondirò di più anche questo passaggio, non perché faccia fatica a parlarne, ma perché vorrei dedicargli più tempo.

Scrivo in questo momento a distanza di due mesi dalla mia ultima ricaduta, l’ennesima, dove pensavo di aver buttato tutto il lavoro fatto durante l’anno. Dopo aver preso uno schiaffo morale dalla mia terapeuta ho pensato veramente di interrompere il percorso, dopo essermi sentita dire parole che mi hanno fatto così male che in quel momento l’ho odiata. Forse, se non l’avesse mai fatto, io in questo momento non la starei ringraziando. Perché finalmente, dopo anni, alla domanda di circostanza “Come stai?”, riesco finalmente a rispondere “Bene”! Sentendomici veramente.

Così tanto che ho diminuito la scrittura. Per assurdo, è molto più difficile scrivere quando si sta bene, e io non sono mai stata abituata ad esserlo.

Non so dove mi porterà questo percorso, né quanto durerà. Ma oggi so che per la prima volta, non ho fretta di arrivare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo e-mail non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *